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15/5/22 - V Domenica di Pasqua, anno C


L'insieme della Parola di Dio ascoltata ci porta, oggi, a rifletterci da una parte nella Chiesa universale che Giovanni nell'Apocalisse vede come l'inizio di un cielo nuovo e una terra nuova perché il mare (il male) è debellato e dall'altra sulla Chiesa particolare, locale della quale anche noi siamo parte. Quella città santa, la Gerusalemme nuova, abitata dal nuovo popolo di Dio, la tenda di noi pellegrini su questa terra dove Dio e uomo vi abitano, dove ognuno si sente parte responsabile: essi saranno suo popolo ed Egli sarà Dio con loro. La tenda dove Dio asciuga le nostre lacrime; non vi sarà più la morte: Cristo l'ha sconfitta, né lutto: non siamo orfani perché Dio ci è Padre; né lamento perché la legge che vige è la consolazione vicendevole, né affanno perché la solitudine è bandita, regna la reciprocità. Le cose vecchie sono passate e Colui che è Signore ci riunisce sua Chiesa per fare nuove tutte le cose. In queste parole sono tracciate le linee di ogni comunità cristiana che vive lo spirito di comunione.
Il Vangelo più che un libro sono le persone che vi appartengono. La iniziazione alla fede dei piccoli in modi diversi è compito di tutta la comunità. Il pane che unisce e rafforza è lo stesso: Cristo. Quanti rimangono indietro sono aiutati a riprendere in mano la propria vita. I malati sono sentiti parte della vita comune. Perfino i morti: sono coloro che ci precedono nella Gerusalemme celeste.
L'ora di Gesù, la sua morte e risurrezione, segna il nostro inizio, il nostro scorrere come Chiesa nel tempo, un nuovo umanesimo che fa del mandato di Gesù il proprio codice di vita: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi a vicenda".
Non si può continuare a vivere in modo intermittente e a bassa tensione un cristianesimo di cui si sono smarrite le origini e che vive di scampoli culturali; un cristianesimo che, persa la ragione della sua identità, o si confonde con generici percorsi religiosi o diventa cittadella nella continua identificazione di possibili nemici; un cristianesimo che non sa più indicare ai suoi piccoli la meta della nostra esistenza, non sa più testimoniare ai ragazzi che è possibile un cristiano adulto; un cristianesimo che si accontenta che qualcuno distribuisca i vestiti raccolti o le scatolette di tonno scadute…
Il cristianesimo del quale il mondo oggi ha bisogno deve ricuperare la vitalità delle origini. Abbiamo sentito dalla cronaca degli Atti la qualità della vita vissuta nel confermare, esortare a restare saldi nella fede senza la paura delle tribolazioni piccole o grandi. Una Chiesa che si struttura senza sovrastrutture, dove coloro che sono posti a guida sono affidati al Signore e a nessun'altra sicurezza. Una Chiesa, annoto solo i verbi, che attraversa, raggiunge, scende, fa vela, arriva e subito si riunisce, racconta e ascolta "tutto quello che Dio" continua a fare per mezzo nostro se non portiamo noi stessi a Lui. Una Chiesa che diventa attrazione per i pagani di ieri e di oggi perché a tutti apre la porta della fede.

15/5/22

Letture: At 14,21-27; Sal 144; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35


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don Ezio Stermieri
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