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3/11/19 - XXXI Domenica t.o. anno C


"Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando". Siamo ormai al termine del lungo viaggio che condurrà Gesù a Gerusalemme, del Dio viandante sulle strade dell'uomo per guarire, risanare, annunciare il Regno, la Signoria di Dio mentre va per saldare la nuova Alleanza, sulla Croce, con il dono della propria vita. E la comunità dei primi cristiani legge quanto è avvenuto a Gerico come la sintesi dell'opera di Gesù che entra nella casa di chi si pensava lontano quando è Dio che si fa vicino. Zaccheo rappresenta l'uomo, ogni uomo. Piccolo di statura e quindi incapace di vedere le cose dall'alto. Tuttavia in lui, come in noi, non è spento il desiderio di vedere Gesù. Ne è attratto e sospinto. Sale sull'albero di sicomoro, l'albero della vita che con i suoi rami, le sue occasioni, momenti, prove, se non ci arrendiamo alla pianura con le sue nebbie e acquitrini, possiamo vedere Gesù che sta attraversando il nostro vivere.
Lo sforzo di uno sguardo diverso, quello della fede, è ripagato oltre l'attesa. "Gesù alzò lo sguardo". Colui che è venuto dall'Alto si abbassa fino ad essere lui ad alzare lo sguardo. "Scendi subito, perché oggi devo (per questo è venuto!) fermarmi a casa tua". Bisogna dunque scendere dalle nostre false sicurezze, dalle ideologie che illudono circa la comprensione della realtà perché la ingabbiano, dalle presunzioni dei facili egotismi, dalle illusorie sicurezze che la "roba" possa, da sola, riempire il cuore e il bisogno di un "oltre" mai sazio. "Scese in fretta". Non è più il momento di discutere. È il momento dell'incontro, del cambiare vita, della restituzione e della gratuità. È l'ora dell'amore che senza nulla togliere alla mente, al cuore, alla volontà, riempie ed inonda di gioia. "Il figlio dell'uomo – conclude Gesù – è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto".
Con Gesù e in Gesù si realizza dunque quanto la sapienza antica aveva sperato e avvertito dell'atteso incontro con la Sapienza di Dio: "Tu infatti – abbiamo udito – ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato. Tu sei indulgente, Signore amante della vita". Come siamo lontani da una religiosità rancorosa, dubitante, cresciuta più nella paura di Dio che nel timore di perdere l'appuntamento con Lui. Il non sapersi, sentirsi amato è la causa di infinite scuse per non proiettarsi in una vita di condivisione, di spartizione dei beni, di simpatia verso l'uomo, amato da Dio e che vince con l'amore: devo fermarmi a casa tua.
San Paolo ricorda dunque a noi come ai cristiani di Tessalonica e prega perché, dice: "Dio vi renda degni della sua chiamata e porti a compimento ogni proposito di bene e l'opera della vostra fede".
Quando si va nella terra di Gesù, si passa da Gerico, città delle più antiche della civiltà umana e si è condotti a pensare come in Gesù Dio accolga l'intera umanità con i suoi progressi, i suoi fallimenti, il succedersi di culture e come tutto cammini verso quell'albero dello sviluppo umano che si apre a vedere Dio che passa e chiama. C'è un grande albero di sicomoro all'ingresso dell'abitazione e il pensiero va a Zaccheo e da Zaccheo a ciascuno per risalire l'albero dei propri anni, di ramo in ramo, dalla religiosità dell'infanzia, al turbamento dell'adolescenza, alla concretezza e durezza dell'età adulta, alle ultime tentazioni dell'età avanzata di cadere a terra e che tutto finisca. Lo stesso uscire dalla vita diventa la gioia di sapere che il Risorto vuole abitare e rendere piena e definitiva la nostra vita.

3/11/19

Letture: Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2 Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10


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