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10/11/19 - XXXII Domenica t.o. anno C


Noi, cristiani di oggi, immersi in una cultura del presente, dimentica del passato e impaurita del futuro, portata alla semplificazione su misura del soggetto, diventiamo selettivi del messaggio, della predicazione di Gesù. La tentazione è di recepire alcuni aspetti immediati, legati ad emozioni religiose, sentimenti umanitari, riti che si tramandano vincolati a momenti della vita proprio come ci attesta la pagina di Vangelo ora ascoltata.
Anche presso il popolo ebraico, l'alleanza con Dio che ha creato per la vita e rimane fedele si è sfarinata in tradizioni di pensiero che su temi essenziali come la vita e la morte si differenziano e contrappongono. I farisei credono alla risurrezione come hanno predicato i profeti, i sadducei pensano che il pensiero religioso sia inerente alla materialità della vita e tutto si risolva nell'arco dell'esistenza. Ecco la domanda trabocchetto rivolta a Gesù per sapere da che parte sta. La risposta di Gesù è inequivocabile, supera il contesto in cui si snoda e arriva a noi. La vita trasmessa non è legata unicamente al materiale impulso di avere una paternità, allora legata al prendere moglie o marito, ed oggi più genericamente a diventare padre o madre e ultimamente "genitore 1" o "genitore 2". Viene da più lontano. Viene da Dio e a Dio ritorna: "Coloro che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti… non possono più morire (con il significato dato del finire!), perché sono uguali agli angeli e poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Dio non è dei morti ma dei viventi; perché tutti vivono per (in vista) di Lui".
C'è in noi dunque una identità, un "io" che perdura al mutare della nostra evoluzione materiale e questa identità individuale, fatta di spirito, anima e corpo, Dio la mantiene con la sua fisionomia, resa spirituale, e in Dio troverà riposo, premio e la stessa ragione per la quale siamo stati chiamati all'esistenza. Gesù risorto diventa la chiave interpretativa della vita, dalla morte o meglio allora, del passaggio dalla esistenza nel tempo alla vita eterna.
Israele, nella sua storia, non senza fatica, era approdato a questa certezza. Ne abbiamo ascoltato la drammatica testimonianza dal libro dei Maccabei. I sette fratelli, con la madre, condannati ad abiurare la loro fede, affrontano la stessa morte: "È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo resuscitati".
La prima comunità cristiana, ce lo conferma San Paolo scrivendo ai Tessalonicesi, si raccoglie attorno a questa speranza che diventa la ragione, lo stile, il legame dei valori della stessa vita: "Lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene". La vita che attende il credente dopo l'esistenza breve o lunga nel tempo, non è dunque disgiunta dal concreto condurre i nostri giorni, la nostra quotidianità. Questa diventa la dilatazione dell'intelligenza, del cuore, della operosità dell'amore fino ad essere capaci di Dio. L'augurio che Paolo fa a quei primi cristiani che vivono l'essere marginali in un mondo che tutto risolve nel politico, nell'economico, nel profitto, nel godimento, nello sprofondare in un presente di eros e thanatos, arriva a noi che, a tratti, ci pensiamo credenti ma abbiamo paura della morte e di quanto la precede come decadimento: "Il Signore guidi i vostri cuori all'amore di Dio e alla pazienza di Cristo".

10/11/19

Letture: 2 Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20,27-38


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don Ezio Stermieri
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