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19/5/19 - V Domenica di Pasqua anno C


La pericope giovannea or ora ascoltata ci porta diritti al cuore della Pasqua che la Chiesa celebra come l'inizio di un mondo, di una creazione, di una storia nuova. Ora il figlio dell'uomo stato glorificato e Dio stato glorificato in Lui... Questa parola: gloria, glorificare racchiude in s ed apre al senso del tutto. Vuol dire rivelazione, comunicazione piena, ultima di tutto quanto, di Dio, possiamo comprendere ed accogliere. Nel Figlio dell'uomo, in Ges Dio ha rivelato tutto di s per noi e in Ges noi comprendiamo il tutto dell'amore di Dio per noi. Ges fa questa affermazione poche ore prima di essere tradito, rinnegato, venduto, flagellato, crocifisso. Paradossalmente, la Croce, il Crocifisso lo spettro massimo della gloria, del rivelarsi e comunicarsi di Dio. dunque il punto pi alto della bellezza e della bont di Dio. Per noi, di cultura dualista che separa il bello, il buono, dal brutto e cattivo facciamo fatica a comprendere il dono che costa sacrificio, rinuncia, farsi carico, sostituirsi alla pena di un altro e preferiamo pensare che l'amore consista nell'uscire da s per sfamare il bisogno di essere amati pi che definire "bellezza" l'amore di un padre, di una madre, di uno sposo o sposa, di un amico che ritenga un onore, una "gloria" dunque pagare di persona.
la bellezza dell'amore gratuito sia esso quello di Dio per noi e quello che brilla in tutta la sua bellezza nei rapporti umani che stanno oltre, il consumo, l'interesse egoistico, il bisogno... ma sono vera e propria tracimazione d'amore. Allora comprendiamo le parole dette da Ges subito dopo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri". E il segno di riconoscimento di un cristiano, di una comunit cristiana, "da questo conosceranno che siete miei discepoli", sar dunque l'amore vicendevole. Oggi, la societ, la cultura, come stato fin dall'inizio nei primi passi della fede raccontati negli Atti, il camminare di citt in citt pi che per diffondere verit di dottrina e conseguenze sul piano etico, erano per "riferire tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro" e come attraverso il riversare l'amore di Dio, riflesso nella comunit, "avesse aperto ai pagani la porta della fede".
Ora tocca a noi specchiarci, come leggiamo nell'Apocalisse, nel "cielo nuovo e la terra nuova, nella Gerusalemme nuova che scende dal Cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo". Tocca a noi essere la tenda di Dio con gli uomini. Asciugare ogni lacrima, aprirci ai tanti scenari di morte, di lutto, di lamento e di affanno. Essere la primizia di un modo di essere uomini, donne, gente che, non a parole, ma con lo stesso amore che Dio si rivelato in Ges Crocifisso, la nuova bellezza e bont: "Le cose di prima sono passate". Ce lo chiede una umanit impaurita, tentata, per bisogno di sicurezza, di rinchiudersi nel proprio io, pronta anche a rinunciare a valori, mete comuni da raggiungere, ad un vivere sociale costato lotte e sacrifici condivisi. Ce lo impongono l'imbarbarimento dei rapporti sempre a scapito del pi debole, del pi povero, dell'indifeso, sia esso bambino, vecchio, precario, chiedente un pezzettino di suolo per ritornare a guardare negli occhi i propri figli.
La Chiesa deve rimanere a far fronte, a ritrovare la bellezza di essere crocifissa per amore come il suo Signore per essere garante di risurrezione. Dobbiamo sentire come vere e come nostre le parole or ora ascoltate: "Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose". E noi con Lui e per Lui. E noi per ciascuno degli uomini che Dio ha amato fino alla fine. questa la nostra bellezza, la nostra verit prima, l'etica irrinunciabile.

19/5/19

Letture: At 14,21-27; Sal 144; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35


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don Ezio Stermieri
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